L'Algoritmo del male. Intervista allo scrittore Francesco Galardo su un futuro distopicoIn evidenza Nel Moleskine oggi c'è News Rubriche Tra le righe 

L’Algoritmo del male. Intervista allo scrittore Francesco Galardo su un futuro distopico

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Ci sono libri che raccontano un futuro possibile e altri che, mentre li leggi, ti costringono a chiederti quanto quel futuro sia già cominciato. L’Algoritmo del male, di Francesco Galardo, pubblicato da Homo Scrivens, appartiene alla seconda categoria.

Quattro anni dopo il Default globale, l’umanità vive dentro un sistema nel quale il valore di ogni individuo viene stabilito da un algoritmo: il Credit System. Il denaro sembra quasi diventare un concetto superato, sostituito da qualcosa di ancora più pericoloso: un sistema capace di stabilire chi siamo, quanto valiamo e, soprattutto, quale sarà il nostro destino.

Ho letto questo romanzo con una sensazione che raramente una storia distopica riesce a lasciare così a lungo: quella di essere rimasto incollato alle pagine e, contemporaneamente, di aver paura che ciò che stavo leggendo potesse non essere poi così lontano dalla realtà. Perché dietro gli enigmi, i codici, la cospirazione e la corsa disperata di Maria Angela alla ricerca del padre, c’è una domanda molto più concreta: cosa potrebbe accadere se la nostra smania di controllo, di potere e di denaro arrivasse al punto di trasformare la sopravvivenza stessa dell’essere umano in una concessione di un sistema?

È da questa inquietudine che nasce la nostra conversazione con Francesco Galardo.

 

Quando il futuro fa paura

Francesco, leggendo L’Algoritmo del male ho avuto una sensazione molto precisa: quella di trovarmi davanti a un futuro distopico che, per quanto estremo, non appare completamente impossibile. La cosa più inquietante è proprio questa vicinanza. Da dove nasce l’idea del Credit System e qual è stata la prima scintilla che ti ha portato a immaginare un mondo nel quale un algoritmo può decidere il valore e il destino di una persona?

L’idea del Credit System nasce dalla visione della storia e di come siamo cambiati. Oggi, siamo disposti a cedere tutta la nostra libertà in cambio di una finta sicurezza, di una apparente comodità e di un ordine che somiglia fin troppo all’anarchia. In DEFAULT il controllo passa soprattutto attraverso il denaro e la finanza. Ne L’algoritmo del male arriva direttamente alla persona. Il Credit System porta all’estremo qualcosa che, in forme più leggere, fa già parte della nostra vita. Lasciamo continuamente dati, veniamo profilati, le nostre abitudini vengono analizzate e spesso un algoritmo sa prevedere una nostra scelta prima ancora che la compiamo. In alcune aree dalla Cina esiste già un sistema estremamente simile a quello narrato nel mio thriller.
Io ho semplicemente spostato quella linea un po’ più avanti. È questo che mi interessa della distopia. Quando funziona davvero, il lettore non dovrebbe domandarsi soltanto se ciò che sta leggendo potrà accadere. Dovrebbe chiedersi quanto di quel futuro sia già cominciato.

 

Quanto vale un essere umano?

Nel tuo romanzo il Credit System non si limita a controllare il comportamento delle persone: stabilisce il loro valore. È un passaggio enorme, perché significa trasformare l’individuo in un numero, in un punteggio, in qualcosa che può essere misurato e quindi premiato, escluso o cancellato. Quanto siamo già abituati, nella nostra quotidianità, a essere giudicati attraverso numeri, statistiche, algoritmi e profili digitali? E secondo te qual è il confine oltre il quale la tecnologia smette di essere uno strumento e comincia a diventare una forma di potere?

Un essere umano non può punti o denaro. Eppure, ci stiamo abituando a essere misurati. Affidabilità finanziaria, reputazione digitale, produttività, comportamenti, preferenze. Il rischio comincia quando quei numeri, nati per descrivere un aspetto della nostra vita, finiscono per pretendere di descrivere noi.
C’è poi una contraddizione che trovo agghiacciante. Viviamo un presente nel quale una parte della popolazione dispone di ricchezze immense, mentre milioni di persone non hanno accesso neppure a ciò che dovrebbe appartenere alla dignità minima di ogni essere umano. Se già oggi il luogo in cui nasci, il reddito della tua famiglia o l’accesso alla tecnologia possono determinare una parte enorme delle tue possibilità, immaginare un sistema che aggiunga anche un punteggio sociale significa rischiare di rendere quelle distanze ancora più profonde. Chi parte indietro potrebbe ritrovarsi condannato a restarci.
Il mio percorso spirituale incide molto su questa visione. Ho sempre pensato al potere come a una responsabilità e al servizio come alla sua forma più alta. Se invece viene utilizzato per decidere chi merita di partecipare alla società e chi può essere escluso, allora qualcosa si è già spezzato.

 

Giovanni Santoro e Maria Angela: il peso dell’eredità

Al centro della storia troviamo Giovanni Santoro, un uomo creduto morto e circondato da un’aura quasi maledetta, e sua figlia Maria Angela, che decide di mettersi sulle sue tracce quando scopre che potrebbe essere ancora vivo. C’è un rapporto padre-figlia che attraversa il thriller e la distopia e che, in qualche modo, restituisce alla storia una dimensione profondamente umana. Quanto è stato importante, nella costruzione del romanzo, mettere al centro non soltanto una grande cospirazione ma anche il legame tra due persone che cercano, ognuna a modo proprio, una verità familiare?

Il rapporto tra Giovanni e Maria Angela è probabilmente la parte più umana dei due romanzi. Maria cerca il padre, ma lungo quella ricerca è costretta soprattutto a capire chi fosse davvero Giovanni. E quello che riceve da lui non è una normale eredità, perché riceve conoscenza, errori, colpe, domande. A un certo punto deve decidere cosa farsene. È un tema a cui sono molto legato anche personalmente. Chi viene prima di noi può mostrarci una strada, raccontarci dove ha sbagliato, lasciarci qualcosa della propria esperienza. Poi però arriva il momento in cui dobbiamo camminare con le nostre gambe.
Forse l’eredità più autentica è proprio questa. Non obbligare qualcuno a diventare ciò che siamo stati noi, ma lasciargli abbastanza memoria perché possa scegliere chi diventare.

Il male ha ancora bisogno di un volto?

Il titolo parla di male, ma nel romanzo il male sembra assumere forme diverse: il potere politico, il denaro, la tecnologia, la manipolazione, la ricerca scientifica senza limiti e la volontà dell’uomo di esercitare il controllo sugli altri. Ti sei chiesto, mentre scrivevi, se il vero antagonista fosse una persona, un’organizzazione oppure qualcosa di più grande e difficile da combattere: la parte dell’essere umano che desidera avere il controllo assoluto?

Credo che sarebbe rassicurante poter dare al Male un volto preciso. Individuarlo, riconoscerlo e pensare che appartenga sempre a qualcun altro. La realtà, almeno per come la sento io, è molto più scomoda. Nessuno di noi è completamente indenne dal Male.
Solženicyn, dopo aver conosciuto sulla propria pelle gli abissi del totalitarismo, scrisse che «la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni essere umano». È una frase che sento molto vicina alla mia visione. Anche San Paolo descrive con una sincerità quasi disarmante questa lotta interiore quando
nella Lettera ai Romani (7,18-25) confessa «io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Duemila anni fa aveva già raccontato quella contraddizione che ciascuno, prima o poi, incontra dentro di sé.
Per questo nei miei romanzi il Male assume certamente il volto del potere, del denaro, della manipolazione o di chi pretende di controllare altri esseri umani, ma la sua origine è più profonda. È quella parte oscura che ciascuno porta dentro e che può crescere quando le concediamo spazio, quando iniziamo a giustificare ciò che sappiamo essere sbagliato oppure quando il nostro interesse diventa più importante dell’altro.
La fede però mi dà la certezza che dentro l’uomo esista anche una forza capace di contrastare tutto questo. È la parte luminosa della nostra essenza, quella che io riconduco allo Spirito – la Ruha. San Paolo scrive anche che «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà». Ed è forse proprio questa libertà la nostra responsabilità più grande, perché ci permette ogni giorno di scegliere da quale parte stare.

Dirlo è facile. Riuscirci è terribilmente difficile. Il lato oscuro non scompare una volta per tutte e nessuno può considerarsi definitivamente al riparo. Va riconosciuto, dominato, combattuto ogni volta che riaffiora. È anche questo che il mio percorso mi hanno insegnato negli anni. La battaglia più difficile non è contro il Male che abbiamo davanti, ma contro quello al quale rischiamo di concedere spazio dentro di noi.
Ed è una battaglia che dura tutta la vita.

 

Gli enigmi, la Bibbia e ciò che si nasconde sotto la superficie

Uno degli aspetti che ho trovato particolarmente coinvolgenti è la presenza di enigmi biblici, codici nascosti e tracce che spingono il lettore a scavare continuamente sotto la superficie della storia. In un romanzo già ricco di elementi narrativi, questi riferimenti aggiungono una dimensione quasi simbolica alla ricerca di Maria Angela. Che rapporto c’è, per te, tra il mistero, la spiritualità e la ricerca della verità? E quanto lavoro c’è dietro la costruzione degli enigmi che accompagnano il lettore?

Mistero e spiritualità hanno sempre avuto, per me, qualcosa in comune. Entrambi chiedono di non fermarsi alla prima lettura delle cose.
La Bibbia entra nei miei romanzi proprio per questo. Non la considero un serbatoio di simboli utili a rendere più a+ascinante una storia. È un testo che studio da molti anni e che continua a pormi domande. Parole, numeri, immagini, corrispondenze. Alcune sembrano immediate, altre chiedono tempo.
Gli enigmi dei romanzi nascono da questo lavoro e cerco sempre di costruirli su una logica precisa. Il lettore deve potersi divertire, ma dietro il gioco deve esserci qualcosa che regga. Cercare la verità richiede disciplina e soprattutto umiltà. Conoscere qualcosa in più non dovrebbe farci sentire superiori. Dovrebbe farci sentire più responsabili di ciò che sappiamo.

Il nostro futuro: controllo o oblio?

Vorrei chiudere con la domanda che, personalmente, mi ha accompagnato anche dopo aver terminato il libro. La storia racconta un mondo nel quale il controllo dell’essere umano è arrivato a un livello estremo. Ma se guardiamo al nostro presente, alla quantità di dati che produciamo, alla capacità degli algoritmi di conoscere le nostre abitudini e alle nuove forme di intelligenza artificiale, quanto siamo davvero lontani da un sistema capace di condizionare le nostre scelte?

E soprattutto: se l’uomo continua a inseguire potere, denaro e controllo, rischiamo davvero un futuro nel quale la sopravvivenza non dipenderà più da ciò che possediamo, ma dal nostro punteggio all’interno di un sistema? In altre parole, Francesco, dobbiamo avere più paura del Male o dell’Oblio?

Credo che siamo molto meno lontani da certi scenari di quanto immaginiamo. Produciamo ogni giorno una quantità enorme di dati e l’intelligenza artificiale aumenterà ancora la capacità di interpretarli, collegarli e trasformarli in previsioni sui nostri comportamenti.
La domanda vera, per me, resta sempre la stessa. Chi stabilisce il limite? Finché un uomo conserva memoria, coscienza e libertà di scelta può ancora dire di no. Può riconoscere un errore, ricordare ciò che è accaduto prima di lui, confrontare quello che gli viene raccontato con ciò che conosce.
Per questo, tra Male e Oblio, temo maggiormente l’Oblio. E come scrivo nell’Incipit del prossimo thriller che uscirà in primavera prossima: “L’oblio è la forma di vuoto interiore più pericolosa, perché all’inizio somiglia alla pace”.
Il Male può essere visto e combattuto. Se invece perdiamo la memoria di ciò che siamo stati, degli errori commessi e dei valori ricevuti da chi ci ha preceduto, diventiamo molto più facili da guidare. È uno dei fili che lega DEFAULT a L’algoritmo del male. Prima puoi togliere all’uomo ciò che possiede. Poi puoi controllare ciò che fa. Ma il passaggio più terribile arriva quando riesci a fargli dimenticare chi è.

 

Ci sono storie che finiscono quando chiudi il libro. E poi ce ne sono altre che continuano a lavorare dentro di noi, magari proprio perché ci hanno fatto paura.

L’Algoritmo del male appartiene a questa seconda categoria. È un thriller distopico che corre attraverso cospirazioni, codici, segreti e luoghi estremi, ma che alla fine ci lascia davanti a una domanda molto più semplice e, forse, molto più difficile: quanto siamo disposti a cedere della nostra libertà in cambio della promessa di sicurezza?

Francesco Galardo ci accompagna dentro un futuro fatto di algoritmi e controllo, ma il vero viaggio è quello che ci costringe a fare dentro il nostro presente. Perché forse la distopia non comincia quando qualcuno costruisce una macchina capace di decidere il nostro destino.

Forse comincia molto prima.

Quando accettiamo che sia qualcun altro a stabilire quanto valiamo.

Giacomo Ambrosino

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